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Wednesday, 04 May 2016 22:18

Stonewall film, recensione: Roland Emmerich racconta le origini del gay pride

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Roland Emmerich, il regista di Independence Day, racconta la storica battaglia della comunità gay newyorkese per l'affermazione dei diritti. Cinetvlandia lo ha visto. Ecco la recensione.

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Ogni inizio ha un nome. Quello che segna l'affermazione dei diritti degli omosessuali si chiama Stonewall. Nel 1969 la discriminazione non conosceva confini (neri, comunisti, omosessuali, appunto), anche nel paese della libertà e della democrazia, come si è sempre definita l'America. Le persone omosessuali erano osteggiate dalla scuola, dalla famiglia, dal mondo del lavoro e finivano per ghettizzarsi. Danny Winters è un giovane smalltown boy costretto a fuggire dall'Indiana quando viene scoperto amoreggiare con il suo amico d'infanzia, il titolato quarterback della squadra locale. Arrivato al Village di New York viene naturalmente adottato alla comunità gay fino a trasformarsi da timido insicuro a coraggioso capo della rivolta di Stonewall. Danny, infatti, dopo aver tentato la via della rivoluzione morbida, grazie ai consigli del politico Trevor, un gay più maturo con il quale ha una relazione, decide di passare all'azione violenta, segnando così un confine dal quale non si sarebbe più arretrati. Roland Emmerich, quello di Independece Day e Godzilla, ci racconta la trasformazione di Danny attraverso le storie e i personaggi che lo incrociano e con lui condividono la strada, le paure e le frustrazioni della diversità: Ray, Cong, Lee, Paul e Orphan Annie. Tante facce di una stessa condizione che non aveva ragione di essere e che tutti si trovavano a subire loro malgrado. Stonewall ha la forza e la debolezza di un autore che ha fatto della superficialità il suo registro principale. Emmerich all'analisi sociale e intima delle varie personalità preferisce un affresco manieristico al limite dello stucchevole. Non che il film sia noioso, quello che non manca proprio al regista è il senza del ritmo, ma superficiale sì. Le storie si alternano veloci senza giustificare la trasformazione interiore dei personaggi, come se gli sforzi maggiori fossero stati prodotti nella ricostruzione dettagliata, al limite del maniacale, di un'epoca e dei suoi costumi. Forse, per raccontare una rottura così epocale sarebbe servito un regista capace di sporcarsi le mani nella storia, più che un buon artigiano miniatore. 

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