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Wednesday, 22 May 2019 15:32

L'angelo del crimine, recensione del nuovo film diretto da Luis Ortega Featured

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Uscirà prossimamente al cinema il film L'angelo del crimine, nuova pellicola diretta da Luis Ortega: Cinetvlandia l'ha visto in anteprima e vi propone qui di seguito la recensione.

Il male ha il volto di un angelo: un essere trascendente, senza tempo, senza sentimenti né sesso. In questo caso il male ha però un nome ed è Carlitos, un giovane di una famiglia borghese di Buenos Aires di inizio anni Settanta che decide di vivere la sua libertà nel crimine. “Quando cresci, tutto ti viene imposto, perciò il crimine può sopraggiungere come un diritto naturale, un’estensione della tua sete di libertà – ammette il regista Luis Ortega - Non sempre ha a che fare con il male, bensì con il sentirsi vivi. E il modo più veloce per sentirsi vivi è quello di entrare nella linea di fuoco. Un bambino potrebbe agire in un certo modo per via di cose che sono evidenti per lui, come la ferma convinzione che Dio stia osservando da vicino, o che il mondo sia qualcosa di apocrifo che necessita di essere violato”.

A scuola Carlitos conosce Ramon e con lui e il padre di questi, un ladro di professione, mette in piedi una banda che organizzerà i propri crimini in un crescendo di violenza. Fino all'inevitabile finale. Perché il Carlitos del film è esistito veramente. E’ Carlos Robledo Puch, conosciuto come “l’angelo nero”, un ladro che, tra il 1971 e il 1972, uccise undici persone sparando loro alla schiena oppure nel sonno e oggi, dopo oltre quarantacinque anni di carcere, l’uomo è il prigioniero più longevo nella storia dell’Argentina.

“Carlitos si comporta come una star del cinema – continua Ortega - Pensa di essere davanti alla macchina da presa. Vuole attirare l’attenzione di Dio, fare impressione su di lui. Sente che tutto è inscenato, che nemmeno la morte è reale. Cammina come immagina che farebbe una leggenda vivente, ruba come un ballerino e disdegna la natura a causa del forte sospetto che il destino sia una trappola”.

Ed è questa la chiave di lettura de L’angelo del crimine: una rappresentazione visionaria e iperrealistica di un fatto di cronaca, di un’epoca, di un Paese (l’Argentina dei generali e del Terrore) e del Male stesso. L’influenza di Almodovar, produttore del film, si sente e, soprattutto si vede nella scelta cromatica del direttore della fotografia Julián Apezteguía, dove i colori acidi degli anni Settanta rappresentano perfettamente l’alienazione del protagonista dalla realtà. Il film funziona bene, intriga, a tratti affascina anche se Ortega forse si compiace un po’ troppo, finendo per appesantire soprattutto la parte centrale del racconto.

 

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