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Thursday, 19 May 2016 13:28

La pazza gioia, recensione: una strana e ottima coppia tra fisicità silenziosa e schizofrenia logorroica Featured

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La pazza gioia è il nuovo film di Paolo virzì uscito nelle sale da martedì, dopo l'ottima accoglienza ricevuta al Festival di cannes 2016: cinetvlandia ha visto la brillante commedia con protagoniste Valeria Bruni Tedeschi e Micaela Ramazzotti, ecco la nostra recensione.

Il regista livornese è uno dei pochi autori del nostro cinema italiano, insieme a Sorrentino Garrone e pochi altri, a meritare tale impegnativo e ingombrante nome. Il suo dodicesimo film non è una commedia di denuncia sulle strutture psichiatriche, come ammesso dallo stesso regista in conferenza stampa, ma è una delicata e leggera pellicola sulla solitudine di due donne che per destino si trovano a conoscersi. Il contesto è una prestigiosa clinica di cura nelle bellissime e sempre verdi colline toscana, entrambe le protagoniste sono due emarginate: una sola che ha tentato il suicidio con il proprio figlio da poco nato e maltrattata dalla propria famiglia, interpretata in maniera silenziosa e fisica da Micaela Ramazzotti; l'altra è una donna di mezza età proveniente dagli altri ceti dell'aristocrazia italiana a cui è stato tolto tutto perchè non in grado di gestire i propri averi e aver portato la propria famiglia sul lastrico. Le due all'interno della struttura ospedaliera non si guardano e si parlano pochissimo ma basta una fuga alla "Thelma & Louise" verso la città e una nuova vita per imparare a conoscersi ed essere alla fine del viaggio molto più vicine e solidali una con l'altra.

La pazza gioia è da una parte un inno alla vita, alla ricerca di una felicità smarrita da tempo, dall'altra senza drammatizzare e calcare troppo la mano è uno specchio della società in cui viviamo che soffre di gran solitudine e incapacità di relazionarsi. La coppia tanto bizzarra quanto efficace è un mix di compensazione, in un costante gioco "di spalla" dove il silenzio e il fisico mal concio delle vita vissuta dal personaggio della Ramazzotti viene controbilanciato dalla parlata logorroica e schizofrenica della Bruni tedeschi, la quale cita in ogni momento il suo lignaggio aristocratico e le alte conoscenze dell'entourage di Berlusconi e del Cavaliere stesso. La prima parte ci introduce a questa nuova realtà psichiatrica di recupero senza minimamente annoiare o essere banale, mentre nella seconda la più emotivamente coinvolgente ci fa conoscere meglio i personaggi e il loro passato, specialmente quello di Donatella (Micaela Ramazzotti), alle prese con il difficile caso di un figlio perduto e dato in adozione.

Sempre puntuale la regia di Virzì, senza alcuna inquadratura facile o sentimentale, ciò che va elogiato ulteriormente è la sceneggiatura, scritta a quattro mani insieme a Francesca Archibugi, che è assoluto perno del film, oltre alle due ottime interpretazioni della attrici. Un film leggero nei modi, ma forte di emozioni per niente scontate e che puntano alla lacrima facile, una vera poesia cinematografica.

 

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