Cinema

Friday, 15 November 2013 07:16

Prisoners Hugh Jackman al cinema: intervista al regista Denis Villeneuve

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La settimana scorsa è uscito nelle sale italiane Prisoners, il film che segna l'esordio di Denis Villeneuve nel cinema di Hollywood. Ecco qui di seguito un'intervista rilasciata dal regista recentemente nella quale si confida.

Per molti registi che si sono affermati nel cinema indipendente il passaggio a Hollywood comporta in qualche modo una sfida. Ma non sembra essere il caso del franco-canadese Denis Villeneuve, che debutta alla regia con il film in lingua inglese Prisoners, un thriller avvincente con gli attori Jake Gyllenhaal e Hugh Jackman, che sono stati molto acclamati quando il film è stato presentato in anteprima al Toronto Film Festival. Villeneuve è nato e cresciuto in Quebec. I suoi primi film, Maelstrom, Polytechnique e La donna che canta (Incendies), tutti nella sua lingua natia, il francese, hanno vinto diversi premi in Canada. La donna che canta (Incendies) è stato nominato all’Oscar per il Miglior Film Straniero nel 2010.

Ecco qui di seguito una serie di domande che sono state fatte di recente al regista Denis Villeneuve riguardo il film.

Prisoners è il secondo film che hai fatto con Jake Gyllenhaal dopo Enemy. Che caratteristica ha che ti piace?
Quando ci siamo seduti l’uno di fronte all’altro per la prima volta, abbiamo scoperto di avere gli stessi obiettivi artistici. Io desideravo creare un laboratorio con un attore e sviluppare un metodo. Nei miei film precedenti, sentivo di non avere abbastanza tempo da dedicare agli attori; ero sempre di fretta. Sviluppavo le mie tecniche con il direttore della fotografia nella sala di montaggio e continuavo a sperimentare ma sentivo l’esigenza di lavorare di più con gli attori. Adoro il cinema e ho pensato di impostare un film in modo che avessi il pretesto di dedicare molto tempo ad una sola persona. E Jake era un persona, che sentivo che si trovava in un momento della propria vita in cui desiderava uscire dal sistema di Hollywood e fare qualcosa di diverso e divertirsi.

Per caso c’era intesa anche al di fuori del lavoro?
Certamente. La nostra intesa era anche tra individui, non solo tra collaboratori, probabilmente perché ci ponevamo le stesse domande sulle nostre identità ed è stato l’inizio di una bella amicizia — ci amiamo e ci odiamo [ride]. Credo che Jake senta che quando lavoriamo insieme, mi ispira profondamente e gli lascio molta libertà. Sono partito facendo documentari e sono abituato ad ascoltare, osservare e meravigliarmi della vita. Con gli attori, ciò che mi elettrizza è quando c’è il caos davanti alla macchina da presa, un incidente, e l’attore sceglie di fare qualcosa che non mi aspettavo.

Ti piace lasciare la libertà agli attori di creare i personaggi? È un lavoro di collaborazione?
Molto spesso quando scritturi dei buoni attori loro sono padroni dei loro personaggi e creano qualcosa di veramente straordinario davanti alla macchina da presa e questo si addice particolarmente ai due protagonisti, Hugh e Jake, come del resto all’intero cast. Amo sempre di più lasciare spazio all’improvvisazione. Su Prisoners, il canovaccio era molto ben tracciato e c’erano cose specifiche che dovevamo fare per far funzionare la storia, ma permettevo agli attori di improvvisare parecchio, per creare momenti che sentivo fossero più veritieri e pericolosi da osservare. Ero molto elettrizzato a lavorare con loro in questo modo. Con Jake ho fatto tantissimi ciak. Solitamente sono soddisfatto al primo o secondo ciak, perché quando la scena è ben scritta e l’attore è bravo, spesso il primo ciak può essere sorprendente, e non vedo il motivo di farne tanti cercando di catturare sempre la stessa cosa.
Ma con un attore come Jake, vedo che più sono i ciak, più è felice, e più è felice, più si sbilancia, è più si sbilancia, più riesce a creare qualcosa di mai visto prima, ed è questo il modo in cui abbiamo lavorato. Molti dei ciak erano folli ma c’era sempre qualcosa di speciale in ognuno. E ci sono momenti molto cruenti nel film, credo sia proprio grazie al fatto che Jake si sia messo in gioco. Ma non è una questione di controllo. Non cerco di controllarlo. Cerco solo di ascoltarlo e apprezzarlo. Non gli chiedo di prendere una direzione per seguirlo. È come avere un cavallo e dirgli ‘OK corri veloce...’ e cerchi di rimanere in sella e non cadere [ride].

Questo è interessante dal momento che alcuni registi sono molto rigidi e hanno le idee chiare sulle interpretazioni che vogliono.
Non credo funzioni avere l’eccessivo controllo degli attori. Amo dirigere, ma ciascun attore è diverso e a volte devi rispettare il fatto che hai a che fare con un essere umano che traccia il proprio cammino e ha le sue paure e per questo vorrà seguire la propria direzione. E se ascolti attentamente, quel tracciato può essere molto più efficace e puoi ottenere di più rispetto che con una direzione forzata.

Ti avevano già proposto di dirigere un film Hollywoodiano?
Sì, sono stato contattato dopo Polytechnique, per dirigere un film a Hollywood. E ho letto diverse sceneggiature. E dopo Incendies, le proposte sono aumentate. Come film-maker, ho sempre amato l’idea di fare un film negli Stati Uniti. Volevo la possibilità di esplorare un’altra cultura e lavorare con gli attori là, e volevo sapere come fosse girare un film a Hollywood. Oltre ad essere regista sono anche un appassionato cinefilo e adoro i film americani.

Quindi perché proprio Prisoners?
Quando ho letto Prisoners, sapevo che era la sceneggiatura giusta per me. La bellezza di Prisoners, sta nella sua complessità; non è solo o bianco o nero, l’argomento è molto cupo, e pone molti interrogativi. Mi piace questo aspetto. Sì, in effetti è un tema molto tetro, ma anche molto profondo ed ero certo che il pubblico si sarebbe identificato con questi personaggi e la terrible situazione che li affligge. Ciascun personaggio del film è, in un modo o nell’altro un prigioniero: delle circostanze, delle proprie nevrosi, della paura. Ciascun individuo deve confrontarsi con la propria prigionia; ognuno dovrà combattere per trovare la propria via d’uscita.

Hai visto altri film che trattavano questo argomento, come i serial killer?
No. La verità è che sono un regista e un appassionato di cinema e guardo tantissimi film, quindi naturalmente non posso negare di essere stato influenzato da molte persone, anche se dietro la macchina da presa cerco di riprendere certe situazioni come se fossi il primo a farlo. Non riesci a trovare autenticità se pensi continuamente che 25 persone l’hanno fatto prima di te, devi quindi avere la superbia, la pretesa e l’ingenuità di credere di essere il primo a farlo. Ci sono delle scene in Prisoners di cui sono consapevole che sono state realizzate precedentemente in altri film, quindi bisogna trovare qualcosa di autentico e nuovo nel girarle.

La tua esperienza di padre ha influenzato la scelta di realizzare questo film?
La mia esperienza di padre influenza tutto il mio lavoro. I figli talvolta sono degli specchi potenti e inquietanti dei miei fallimenti. Non mi riferisco a loro; sto parlando di me. Sono la vita e il futuro e sono così forti e io mi rendo conto di quanto sono debole mentre li guardo. Questo mi alimenta quando dirigo gli attori. Non sono nato in un paese dilaniato dalla guerra, ma conosco il significato di essere padre. I figli sono una parte importante della mia vita.

La famiglia è un tema che hai già esplorato, in La donna che canta (Incendies) e ora lo affronti nuovamente in Prisoners. La vedi come una metafora per la società?
Sarà un cliché ma la famiglia è effettivamente la nascita del nostro rapporto con la società. È una piccola componente di come sarà il nostro rapporto con gli altri e con la società. Quindi è un ottimo modo per affrontare temi e argomenti che si ripercuotono in altri ambiti. Adoro i film focalizzati su un livello intimo, in questo caso familiare, ma che possono anche fare riferimento a un livello più ampio e Prisoners ha quel genere di portata.

Con Jake hai detto che è un rapporto di odio e amore. Anche lui ha detto la stessa cosa. In che modo lo è?
A dire il vero è come se fossimo fratelli. Ormai ci conosciamo da un po’ e abbiamo trascorso molto tempo insieme e conosciamo le debolezze reciproche. Questo significa che nei momenti d’intensità sappiamo come manipolare e ferire l’altro [ride].
Il mio sogno sarebbe di lavorare ancora con Jake ma entrambi sappiamo che ne dovremmo parlare a lungo, perché come regista e attore siamo talmente in sintonia che affrontiamo assieme le situazioni delicate. Talvolta, con la pressione che c’è sul set, mi indispettiva perché ritenevo fosse troppo narciso ed egocentrico, o mi diceva che ero goffo e impreparato. Ma la verità è che voglio molto bene a Jake e ci sentiamo a nostro agio assieme, ma come tutte le persone che ti sono molto vicine, possiamo irritarci a vicenda (ride). È lo stesso tipo di rapporto che ho con mio fratello, e amo Jake come un fratello.

Prisoners è il tuo primo film Hollywoodiano. Hai avuto l’ultima parola sul montaggio?
Sì.

È stata dura da ottenere?
La verità è che i produttori, che sono degli importanti uomini d’affari, amano molto l’arte e dal principio mi hanno detto, ‘Stiamo facendo questo film con te perché amiamo il tuo lavoro e vogliamo che realizzi il tuo film e cercheremo di salvaguardare la tua realizzazione’. E dal principio ho capito che non erano solo parole. Hanno protetto la mia visione e quando dico che ho avuto l’ultima parola sul montaggio finale, è stato con la loro approvazione. Non avrei mai imposto un montaggio se mi avessero detto ‘Non ci piace’. Alla fine, hanno visto il mio montaggio e mi hanno detto ‘È fantastico, lo adoriamo, grazie’.
Mi hanno dato dei consigli durante il lavoro e sono abituato, fa parte della procedura. Non ho mai ricevuto richieste o ordini; solo suggerimenti. E non me lo sarei mai aspettato a Hollywood. Pensavo che sarei stato schiacciato [ride]. Ma ho lavorato con un gruppo fantastico. Sono stato protetto e mi ritengo molto fortunato.

Senza che trapeli nulla, il finale è molto incisivo. Hanno supportato anche quello?
Dovete sapere che credevano molto nella sceneggiatura. L’hanno tanto amata e avendo visto i miei lavori precedenti sapevano da dove venivo. Ricordo il preciso istante quando all’inizio della lavorazione ho detto ‘Ragazzi, se vi serve qualcuno che farà esattamente ciò che gli chiedete, ci sono 5,000 registi a Hollywood che in questo momento sarebbero disposti a farlo 10,000 volte meglio di me. Andate a reclutare quei tizi e tutti saranno contenti. Per quanto mi riguarda, se faccio qualcosa, ci devo credere, e se non ci credo, sarò il peggior regista sulla terra’. E non è una questione di ego; semplicemente di capacità. Non riesco a fare qualcosa che non capisco. Ho detto loro ‘Se scegliete me, devo farlo a modo mio’. E la loro risposta è stata ‘Noi vogliamo te’. Questa è stata la nascita del nostro rapporto e, onestamente, hanno rispettato la mia richiesta fino in fondo. Il finale della storia mi ricorda i film che ho amato negli anni 70. Credo sia un finale coraggioso e lo adoro. Quindi hanno mantenuto la loro parola e ne sono davvero soddisfatto.

I personaggi maschili in Prisoners sono in primo piano, mentre nei tuoi lavori precedenti sceglievi dei ruoli femminili più forti. Qual’è stata la tua concezione questa volta?
I miei primi quattro film riguardavano personaggi femminili forti, ed erano incentrati sulla femminilità, in Prisoners per la prima volta mi focalizzavo sul mondo maschile ed è stato un viaggio interessante. Nella sceneggiatura, tutto riguardava quei due uomini, interpretati da Jake e Hugh, e se mi fossi focalizzato allo stesso tempo sui personaggi femminili, il film sarebbe durato quattro ore; questa è l’amara verità. Ma spero fortemente di realizzare altri film in futuro con dei personaggi femminili forti.

Come hai convinto Hugh Jackman ad accettare questo ruolo?
Ha amato la sceneggiatura ed è rimasto in attesa per un bel po’. Quando poi sono stato scelto come regista e non era stato reclutato nessun attore dalla produzione, ci siamo rivolti a Hugh perché ritenevamo fosse perfetto per questo ruolo. Penso che Hugh sia stato rassicurato sul mio rapporto con la violenza, il modo in cui l’ho ritratta nei miei film precedenti, le mie sensibilità. Quindi non è stato difficile convincerlo.

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